1 settembre 2015

Giovani e futuro

  Remera de I am not 50 copyLa nostra ipotesi di lavoro è che, nella sua relazione con i giovani, la Chiesa subisca l’influenza della malsana logica che struttura i rapporti intergenerazionali nella nostra società civile, una logica scandita da un continuo parlare dei giovani e dei loro problemi, cui corrisponde un altrettanto costante accumulo di privilegi nelle mani degli adulti, persi nei loro riti e nei loro miti, ben saldi ai loro posti di potere, incapaci ormai non solo di prendersi cura del mondo giovanile ma più semplicemente di guardarlo in faccia.
D’altro canto non è forse la nostra una società del forever young, del tutti giovani ad ogni costo? Sorto dalla rivoluzione del ’68 e continuamente soddisfatto e rilanciato dalla potente industria tecnologica, il mito (e la magia) della giovinezza, al cui calice ci si abbevera quotidianamente fino alla feccia grazie ai mass media, ha ormai soggiogato il cuore e l’esistenza degli adulti. Proprio un tale amore per la giovinezza, per l’idea stessa di giovinezza, li sta rendendo giorno dopo giorno insensibili e ciechi alle prerogative di coloro che giovani lo sono davvero, mancando di porre in essere quelle condizioni minimali perché questi ultimi possano trovare il filo della loro esistenza e impegnarsi per custodirlo e arricchirlo.
La società attuale è, sotto la spinta di un giovanilismo spropositato, un luogo semplicemente insopportabile per la maggior parte dei giovani: in essa non possono scegliere il lavoro che vogliono, perché le uniche regole accettate sono quelle del mercato (dettate dagli adulti); non possono mettere su famiglia perché non ci sono case (tranne che per gli adulti); non possono dare alla luce più di un piccolo, perché non ci sono asili, né politiche familiari sufficienti; non possono aspirare a ricoprire cariche di una certa responsabilità, perché solo la morte può staccare gli adulti dalle loro poltrone. In una città così fatta il destino dei veri giovani è segnato: è il destino del bamboccione, seduto sul divano di mamma che continua a contemplare – e forse sognare – un posto al sole.
ombre di giovinezzaCon la loro condotta, gli adulti stanno costruendo una società che ruba avidamente spazi e tempi ai giovani e non riesce più a prestare sufficiente attenzione né alla loro reale condizione né alla possibilità del loro futuro sviluppo. Cosa potrebbe rendere ragione di tutto ciò? Non ci pare lontano dal vero l’idea che, in un tale interrotto dialogo intergenerazionale, si attiva una sottile (inconscia) vendetta da parte del mondo adulto contro quello giovanile. Più precisamente ci pare di poter riscontrare al’opera un autentico risentimento da parte degli adulti nei confronti dei giovani – qualcosa di simile a quell’invidia che a parere di Pietropolli Charmet caratterizza il loro sguardo verso gli adolescenti. I giovani, infatti, con la loro pura presenza, ricordano ciò che gli adulti vorrebbero ad ogni costo obliare: lo scorrere del tempo, l’avvicinarsi della malattia, l’inesorabile ora del congedo da questa vita; dicono, poi, senza neppure aprire bocca, che non tutti sono giovani e che i mille tentativi per restare tali sono solo piccoli trucchi destinati a essere scoperti appena si gira l’angolo; denunciano, insomma, senza clamori che il re – l’adulto – non è più giovane, bello e prestante come si immagina nei suoi pensieri.
Da qui la vendetta – servita su un piatto di un destino insuperabile di marginalità – contro i giovani: gli adulti divorano tutto e ai giovani non lasciano nulla con costi altissimi per questi ultimi. Non lasciano spazi di futuro possibile. È questo il punto critico: l’occlusione di futuro, la sua trasformazione in minaccia, significa, alla resa dei conti, secondo la ben nota analisi di Galimberti, affidare i giovani a quell’ospite inquietante dal nome antico ma dalla vitalità strepitosa che è il nichilismo. […]
All’ombra di un tale destino di marginalizzazione e di condanna al nichilismo, imposto da parte degli adulti al ceto giovanile, si capisce allora la fatica della comunità ecclesiale a rivedere strutturalmente il suo dialogo con le nuove generazioni. La questione è dunque globale: pone di fronte ad una ferita aperta della nostra società, finita nel cono buio di ciò che è stato opportunamente definito quale «emergenza educativa».

(da La prima generazione incredula, di don Armando Matteo)

 

Logo-GiovaniPrendiamo a prestito le parole di don Armando per affermare la nostra intenzione a presidiare una situazione che oggi appare ancora sopita, ma che noi riteniamo esplosiva. Vogliamo interrogarci sul serio rispetto all’inedito che il modo di vivere e di credere/non credere dei giovani manifesta. Al fondo del loro cuore sta la ferita di un grido di speranza, in mezzo a una società che ama più la giovinezza che i giovani. È da questo grido che bisogna ripartire. Per il loro futuro, per il futuro della società, per il futuro della Chiesa. Per questo il nostro impegno va nell’offrire ai giovani brecce di futuro, consapevoli che oggi, forse, sono loro i poveri tra noi.

Le nostre proposte:

Esperienza di Oste in GP2

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